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Daniele Zovi racconta lo Spirito dei boschi.

Intervista a Daniele Zovi, scrittore e divulgatore, esperto di foreste e di animali selvatici.

Parli di spirito dei boschi, come descriveresti lo spirito, il carattere dei boschi dell’Altopiano?
Ogni foresta ha un proprio spirito, una forma e una struttura. Questo carattere originale è il risultato di un lunghissimo manifestarsi di eventi, innanzitutto naturali e poi legati alla storia dell’uomo. La foresta dell’Altopiano dei Sette Comuni racchiude, cela e qualche volta rivela tante storie.

Dentro agli strati più profondi delle torbiere del Lumera e di Marcesina si nascondono, dimenticati, granelli di polline di pino silvestre e di betulla, ricordo indiscutibile di un bosco che ancora risentiva del gelo dell’ultima glaciazione di undicimila anni fa.

Ai margini delle radure nascono a sorpresa aceri e sorbi, nascono da semi, i primi portati dal vento, i secondi deposti, dopo breve digestione, da cesene, tordi e merli. Sono circondati da un esercito di abeti, un esercito piantato in tempo di pace tra le due guerre, che ora appare quasi blu, quasi nero in certe mattine limpide. È a questo colore monotono che gli aceri e i sorbi, in combutta con i faggi, i pioppi, i salici e qualche betulla vogliono opporsi con esplosioni di tinte gialle, rosse, arancioni e ruggine. È il bosco piantato dall’uomo a coprire, a sanare le ferite della Grande Guerra; è il bosco ancora una volta ferito da un vento fortissimo, a cui nessuno aveva mai assistito, il ventinove ottobre del 2018.
La foresta altopianese, scossa e strattonata, ha resistito, come ha resistito il popolo altopianese tornando a casa dopo la guerra, ricostruendo case, municipi, chiese, stalle sulle macerie.

È come se lo spirito del bosco si fosse trasmesso al carattere della gente.

Forse c’è come una sorta di contagio tra la natura dei luoghi e il sentimento di chi li abita.

Cosa può imparare l’uomo dagli alberi e più in generale dal regno vegetale?
Ad osservare un po’ da lontano le quote più alte, i versanti delle cime poste a nord, dal Mandriolo al Portule all’Ortigara, per finire ai Castelloni di San Marco si ha la sensazione che il mare di pino mugo si arricchisca ogni anno di più del verde più chiaro dei larici, che lo solcano come delle barche a vela. Qui la natura dimostra senza esitazioni che sa e vuole riempire ogni spazio vuoto, si organizza mandando avanti specie pioniere per poi far avanzare quelle più esigenti. Per ora questi spazi ci sono preclusi, la mugheta è invalicabile, ma fra cento anni vedremo i forcelli inseguirsi tra le fronde dei larici.

Basta aspettare. I tempi del bosco sono più lunghi dei nostri, ma la pazienza verrà premiata dal sorriso dei nostri nipoti quando annuseranno il profumo della resina, quel profumo speciale dei boschi d’alta quota.

Gli alberi ci parlano.


Qual’è l’atteggiamento più adatto per decifrare il linguaggio degli alberi? Quando si entra nel bosco ci si accorge immediata- mente che si è lasciato un mondo per accedere ad un altro, non solo più verde, più carico di naturalità, più selvaggio, ma anche più ricco di armonia. Tra le piante, gli arbusti, le erbe, i muschi, le felci, i funghi e le migliaia di specie del sottobosco e tra queste comunità vegetali e quelle animali scorre un  flusso di energia. È un legame complesso i cui elementi conosciamo in minima parte; una storia certo di competizione, ma anche e soprattutto di solidarietà, di scambio, di dialogo. Le piante parlano tra loro, dialogano con gli insetti, mandano segnali agli uccelli, ai mammiferi, agli anfibi e ai rettili.

Entrare nel bosco, camminare, ma anche fermarsi e sedersi ai piedi di un albero e chiudere gli occhi mentre la schiena si appoggia al suo tronco è un buon modo per assaporare questa armonia, per rimetterci in gioco,

per pensare che una nuova alleanza con gli altri abitanti del nostro pianeta è possibile.

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